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lunedì 23 maggio 2011

Il matrimonio impossibile

Pubblico questa intervista su una vicenda riguardante un transessuale che ho trovato nei miei feed di questo sito xxdonne.net che pubblica una rivista in pdf chiamata XXD.
La rivista, scaricabile gratuitamente, in cui si trova questa intervista, potete scaricarla da quel sito, oppure qui.
Si può vedere da questo scritto non solo le difficoltà burocratiche e gli impedimenti dello stato italiano ma anche il netto rifiuto della chiesa, quando un transessuale già sposato con una donna, prima del cambio di sesso, si ritrova a non essere piu considerato tale dopo aver cambiato sesso.
Si può capire la differenza tra i termini transessuale omosessuale transgender, che non mi sembra poco...



Le hanno voltato le spalle in molti: politici, sindacalisti, attivisti. Gli unici a starle vicino sono stati sua moglie e gli avvocati di Rete Lenford, associazione che si occupa di tutelare i diritti di lesbiche, gay, bisex e trans. Grazie a questi pochi ma buoni compagni di battaglia lei non si è mai persa d’animo e ha portato il suo caso davanti a un giudice che, in primo grado, le ha dato ragione. E’ questa, in estrema sintesi, la vicenda che ha visto protagonista Alessandra Bernaroli, transessuale di Bologna, che dopo il cambio di sesso ha rischiato di vedersi annullare il matrimonio a causa della solerzia di “un oscuro burocrate benpensante”.
Ci può riassumere quel che le è accaduto?

Dopo la sentenza del Tribunale di Bologna, che ha sancito il mio cambio di sesso e di documenti, ho chiesto il rinnovo della carta di identità al Comune di Bologna. Dato che tardava ad arrivare ho chiamato l’ufficio anagrafe e ho parlato del mio caso con un funzionario che mi ha detto che per avere la carta di identità avrei dovuto divorziare perché due donne non possono essere sposate e stare nello stesso stato di famiglia. Io ovviamente non avevo nessuna intenzione di separarmi da mia moglie. L’ho comunicato al Comune che per darmi la carta di identità ha diviso arbitrariamente lo stato di famiglia, inventandosi un nuovo indirizzo per me e per mia moglie, con due numeri civici diversi e inesistenti.
E così lei ha deciso di portare il caso in tribunale.

Esattamente. Abbiamo proposto ricorso contro questo atto e lo scorso ottobre il tribunale di Modena ha stabilito, in primo grado, che il matrimonio era valido. Peccato che subito dopo il ministero dell’Interno, tramite l’Avvocatura dello stato, abbia presentato reclamo in Corte d’appello. Il caso è stato discusso a metà gennaio e ora siamo in attesa della sentenza definitiva. Se non mi daranno ragione sono pronta a fare ricorso sia in Cassazione sia alla Corte di giustizia europea. E le dirò di più: sono anche disposta a chiedere asilo in un paese europeo dove già esiste il matrimonio transessuale.
Lei si è sposata in Chiesa. Ha avuto richieste di annullamento del matrimonio dalla Sacra rota?

No. Dato che la Chiesa non cambia il nome sul certificato di battesimo alle persone transessuali io per loro continuo a restare un uomo. Inoltre, quando ci si sposa in Chiesa ci si promette di essere fedeli l’uno all’altra nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Dunque perché avrebbero dovuto annullare il matrimonio? Io ero in una situazione di disagio provocata dalla malattia, perché la transessualità è esattamente questo: una patologia.
È davvero convinta di questo?

Certo. Questo è ciò che dice anche la scienza medica che la inserisce nei disturbi sessuali dell’identità di genere. Vorrei che si facesse chiarezza su questo: essere una transessuale significa avere un cervello di donna in un corpo da maschio. Fino a quando anche il corpo non si femminilizza non ci si dà pace. E’ una condizione che non si sceglie. E’ una condizioni di disagio incredibile, che porta depressione, mancanza di stima in se stessi e di progettualità futura. Io non credo assolutamente, come invece fa la Teoria queer, che la transessualità sia una costruzione sociale e culturale. Io quando ero un uomo non mi sentivo donna per capriccio o per velleità.
Quindi non è d’accordo con chi vorrebbe depatologizzare il transessualismo?

Io credo che sarebbe giusto togliere il transessualismo dal Dsm, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, e inserirlo da qualche altra parte, magari tra le malattie rare o genetiche. Il problema è che non è ancora stato trovato il marcatore per identificare in maniera precisa questa sindrome.
Qualcuno l’ha criticata perché lei ha detto che il suo è un matrimonio transessuale e non omosessuale. Che differenza c’è?

La differenza è che l’omosessualità riguarda l’orientamento sessuale di una persona, cioè i suoi “gusti” sessuali. La transessualità, invece, riguarda il genere. Essere transessuali significa essere nati in un sesso – maschile o femminile – e sentire di appartenere al genere opposto. Detto questo io non sono contraria al matrimonio omosessuale. Semplicemente credo che questo non riguardi il mio caso perché io ero già sposata precedentemente.
Sua moglie come ha reagito al suo cambiamento?

La nostra è una storia d’amore che dura da 15 anni. Abbiamo condiviso molte cose e abbiamo costruito un rapporto assolutamente unico che ovviamente ora è cambiato, non soltanto dal punto di vista sessuale. Ma in un matrimonio lo spirito di adattamento è fondamentale. Mia moglie in questi anni mi ha sempre dimostrato il suo amore. Mi ha accompagnata in giro per il mondo a fare le operazioni per il cambio di sesso. Mi è sempre stata vicina. Ora, certo, abbiamo un nuovo equilibrio. Lei è sempre presente, anche in questa battaglia legale, è una consulente meravigliosa.
Lei dice spesso che in questa battaglia legale molti le hanno voltato le spalle. A chi si riferisce in particolare?

Il primo a voltarmi le spalle è stato il Comune di Bologna, quando ancora c’era Delbono. Poi è stata la volta di alcune associazioni che dicono di battersi per i diritti dei transessuali, ma evidentemente lo fanno soltanto a parole. Infine la Cgil, sindacato del quale faccio parte come delegata, che non si è reso disponibile a essere parte attiva al mio fianco. Cercare di aggirare il muro di gomma non è stato facile. Ma io ce l’ho fatta anche grazie alla rete Lenford e alla mia testardaggine. Ho studiato così tanti libri di legge che potrei prendermi una seconda laurea.

Crede che la via legale, nelle battaglie civili, sia la più sicura?
Credo che i diritti civili debbano essere concreti ed esigibili. Sono convinta che le buone leggi siano in grado di influenzare il comportamento delle persone. Per questo non voglio che mi si chiami transgender. Questo è un termine ombrello che ha vari significati ma che non mi aiuta certo a vedere riconosciuti i miei diritti. Invece la legge che riconosce che ho una problematica concreta, una sindrome, mi permette, ad esempio, di andare nel bagno delle donne, di essere considerata come una donna, di fare valere i miei diritti.

di Stefania Prandi